biografia

- prima parte

testo curato da Ada Patrizia Fiorillo

nasce a Napoli il 29 maggio 1951.

Compie gli studi nella stessa città diplomandosi nel 1969 all'istituto d'Arte nella sezione Decorazione Pittorica e nel 1973 all'Accademia di Belle Arti nella sezione Pittura. Successivamente nel 1977 consegue il diploma di maturità di Arte Applicata ad Avellino nella sezione disegnatori di architettura ed arredamento. Vive e lavora a Napoli.
Gli anni dell’istituto d'Arte non lasciano un grande solco sulla sua formazione artistica. Piuttosto recalcitrante alle esercitazioni scolastiche, egli avvertiva, già allora, il bisogno di una più intima ricerca, poi sviluppata negli anni successivi.

 

Prima parte '69-'79

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1969

Nel 1969 è tra i fondatori, con gli amici dell'Accademia di Belle Arti, del Movimento degli Eclettici, nato dall'esigenza di propagandare nel tessuto sociale urbano una serie di iniziative culturali, atte a scuotere la massa dall'avvilente torpore dell'ideologia dominante. Nello stesso anno parteciperà con il gruppo alla Ia mostra di Pittura del Movimento degli Eclettici, tenutasi in Via Duomo a Napoli con la collaborazione del Comitato Rionale dei Commercianti.
La sua adesione al Movimento non lo vedrà, però, mai sostanzialmente attivo, avvalorando peraltro quella sua riluttante posizione verso le esperienze di gruppo o la partecipazione di massa, già rivelatasi negli ultimi anni dell'istituto d'Arte che segnano l’attraversamento di una condizione di rivolta sociale nata dai movimenti studenteschi, ai quali egli non parteciperò mai con una militanza attiva.
Rimanendo fermo in una sorta di ripiegamento individualistico egli tenderà piuttosto ad interiorizzare i segnali di spinta provenienti dall'esterno, approdando ad una ricerca aperta a forme di matrice surrealisteggianti, indagate soprattutto attraverso realizzazioni grafiche. Nascono opere come Dante, Metamorfosi, Al lavoro, tutte del 1969 realizzate con inchiostro e penna su cartone.
 

1970

Nel 1970 tiene la sua prima personale alla Galleria Editrice Edart di Napoli, a proposito della quale Paolo, Perrone scrive:
"... i motivi espliciti e cocenti, nell'elaborazione grafica di Giuseppe Panariello, trovano adeguata rispondenza nelle forme. Le quali sono essenziali e scarne, e puntano dritte all'individualità del tattilismo sia dei volumi che delle geometrie. Sono forme conchiudenti ed omogenee, che rivelano nell'artista esordiente il gusto di una sintesi evoluta e mobile: che pane da un contesto di vibrazioni surrealistiche di vaga radice espressionistica, e perviene al lampeggio magnetico oggettivo ed esplicito della realtà captata ed istintivamente proiettata".
Una ricerca cui non sono estranee le esperienze di Tanguy, Dali, ma anche l'influenza di certa letteratura boudeleriana approdante alle realizzazioni di lavori ad olio quali - La rnente ed il braccio già del 1966, Composizione, ii muro, del 1970 presentati poi in questo stesso anno al Sombrero di Napoli, ove sospesi in atmosfere irreali di paesaggi lividi, l’artista fa vivere filamenti e tracce di presenze umane, animali, vegetali. E il suo modo di attestare un sordo sentimento di solitudine e malinconia nei confronti di una realtà "tecnologica e disumanizzante" a causa della quale il mondo si ridurrà in "Esseri - suggerisce Vittorio Ascione - ancora con un barlume di vita, cangiati in masse tufacee, e membra di animali i cui visceri con squarci di lunghe ferite, nascondono segreti sogni di paure di orridi notti. L'uomo si torte e agonizza in un paesaggio privo di vita, e forse senza speranza di salvazione".

 

1972

Un solido legame con il reale, unito al bisogno di nuove esperienze, comunque sempre presente nella ricerca dell'artista che, sollecitato dalla immagine urbana visibilmente trasformata dalla crescente industrializzazione, realizza nel 1972 una serie di opere grafiche dedicate alla "natura", esposte nello stesso anno in alcune personali.
Presentandolo nel mese di giugno alla Parete di Napoli Crescenzo Del Vecchio sottolinea che "La proposta segnica di Panariello é un tipo di topografia che tenga presente i problemi
ambientali del vivere e ci suggerisce i limiti che l'uomo deve rispettare".
Poco dopo avverrà l’incontro con Luca che lo segnalerà al Centro Sud Arte di Scafati. in cammino, Se un giorno, Natura in scatola realizzati nello stesso anno, Sono alcuni dei lavori esposti al Centro nei quali il messaggio é denuncia dettata dalla paura di vedere la natura scomparire dietro le cortine di cemento, di doversi arrendere alle regale di una società ove, rileva Franco Cipriano, il cui testo accompagna la mostra "all'interno dell'aggregato urbano, organizzazione dei sensi e nei termini della logica del capitale, esplode dirompente l'inconciliabilità tra struttura coercitiva e vitalità del naturale".
Nel mese di agosto realizza alcune scenografie ecologiche per il "Ferragosto Agerolese". E dello stesso anno la partecipazione alla collettiva al Centro Pessina.

 

1973/74/75

ii 1973 segna l'anno del suo diploma all'Accademia, ma anche il momento in cui adempiere al servizio militare the lo terra impegnato parse del '74 e parse del '75. La rabbia per una forzata inoperosità, per la mancanza di liberta, gli suggeriscono la serie delle "impronte", realizzate appunto tra il '74 ed il '75 con mascherine di carburatore e colore premuto direttamente dal tubetto e dosato con le dita. Ma il periodo cosi trascorso é anche occasione di riflessione da parte dell'artista, cosi come di liberazione da certi modelli precedenti tanto che ad esso appartengono una serie di disegni "infantili" nati come momento di evasione prima dell'impegno in una nuova fase della sua ricerca che lo porterà a guardare allo spazio come luogo geometrico, recuperando una vecchia posizione mai espressa pubblicamente, per la quale negli anni '68 - '69 contemporaneamente alle esperienze surreali realizzava bozzetti geometrici.

 

1976

Nasce col 1976 la cosiddetta "palizzata" e la serie degli "alberelli" con i quali net mese di aprile tiene una personale alla Galleria San Carlo presentato in catalogo da Angelo Calabrese.
Sono assemblaggi di compensato completamente realizzati a tempera a proposito dei quali, recensendo la mostra sul Corriere di Napoli, Ciro Ruju annota che "ii gioco di pieni e di vuoti, d'intervalli situati sul filo di una sensibilità vigile e severa, rendono irriconoscibile l'umano che pure dovrebbe popolare quelle strutture geometriche. Se ne intuisce solo la presenza, perch6 all'occhio del fruitore s'impone un mondo di linee, di punti, di arabeschi precisi ed in apparenza freddi, in realtà, però, questo mondo vibra di una energia misteriosa ed avvincente che a poco a poco riporta alla ribalta l'uomo, traendolo dall'oscurità della memoria e dei sensi".
Nello stesso anno presente a varie collettive: a Napoli, alla mostra "Campania proposta uno" nella Galleria Vanvitelli, dove espone un'opera dal titolo "WE ALL INTO", chiara allusione ad una "attualità illusoria di conquiste tecnologiche spaziali" come egli stesso asserisce sottolineando che gli "...gli spazi, naturalmente organizzati nella loro dinamica geologica, mutano le dimensioni per gli interventi utilitaristici segnalanti alterazioni successive e decremento della vitalità originale del complesso umano..."; ad Acerno alla mostra "Operatori Arti Visive"; a Sarno al "Primo Festival de l’Unità"; ed infine al Centro d'Arte "Anfiteatro" di Pozzuoli nella cui occasione Gino Grassi, in un intervento sul Roma del mese di dicembre, scrive che "Panariello ricercatore giovanissimo e di alta classe opera un distinguo tra scienza e natura giungendo poi ad una conclusione di osmosi invece che di alternativa".

 

1977

La ricerca sull'"alberello" e sulla "palizzata" continua per tutto il 1977. in questo stesso anno Panariello e presente con due personali al Centro Arte Anfiteatro di Pozzuoli nonché ad alcune collettive. indubbiamente non sono estranee alla sua analisi la conoscenza dell'esperienza di Piero Dorazio ma anche di certa pittura americana avvicinata attraverso artisti come Frank Stella o Kennet Noland, quest’ultimo soggiornante proprio a Napoli in questi anni. Ciò nonostante la sua rimane una ricerca mossa dall'esigenza di scoprire ancor più che nelle pieghe del colore, nelle possibilità segniche date dall'uso del monocolore o per "rigorosi accostamenti timbrici" come afferma Salvatore Di Bartolomeo che insieme ad Angelo Calabrese lo presentano in catalogo per l’esposizione del mese di febbraio al Centro di Pozzuoli. Pertanto in questa "simbiosi tra segno e pittura" non va perso il motivo di fondo che sorregge l’impalcatura del sua indagare. E’ Di Bartolomeo, infatti, ancora ad annotare "come le sue operazioni essenzialmente pittoriche, procedono lungo il torso della trasformazione dello spazio umanizzato.
L'artista denuncia il subdolo gioco dell'edilizia abusiva dove la palizzata maschera l'opera che attenta al paesaggio: ironizza sull'altra facies che riserva il paradiso naturale a chi "pus"; mentre per Angelo Calabrese l’artista "Per individuare il messaggio della civiltà in evoluzione, le relazioni attive delle forze operanti per la strutturazione del territorio, parte da uno spazio identificato solo in se, nei suoi contorni, nel suo modellato geografico. Una linea esigua, un segno sottilissimo di azioni, indica l’uso dello spazio recuperato....La memoria ricorre al vento tra le ondose messi, all'erba, all'alba mater e si sgomenta alla rivelazione che da una compagine naturale si e' passati ad una aggregazione artificiale, senza brividi interni, senza moti vitali, solo consumatrice di energie. Lo spazio naturale si é evoluto nella dinamica delle strutture-ambiente, nelle relazioni tra linguaggio complesso e materiali, attraverso un'interrotta serie di attività correlate. Esse una volta autonomamente cresciute si prospettano con altra facies.
Ma quest’ultima evoluzione e unto intatta e solida, unto agglomerata e conclusa, da contrapporsi razionalmente allo spazio naturale-primitivo. il drammatico della situazione è palese: la realtà concreta ha sottratto al passato la vitalità. Panariello la ricerca nelle materie che utilizza, nella precisione del lavoro, nella cura del segno dell'umanità pensante".
il problema dell'ambiente sollevato dalla pittura di Panariello in questi anni e, dunque, oggetto di interpretazione da più parti. Gino Grassi in una recensione alla mostra sul "Roma" dello stesso febbraio, parla di «"distinguo" tra natura e naturalismo» chiarendo inoltre che “il consapevole artista in una iterazione (quasi ossessiva) del simbolo chiave tende a dimostrare i caratteri singolari dell'attuale momento storico. La frattura tra natura e ragione costituisce, infatti, il connotato di fondo di una crisi che mette l’uomo contro se stesso, in quanto, nel conflitto tra istinto ed intelletto, e sempre quest’ultimo a trionfare. Panariello sa bene che l'artificio fine a stesso in quanto la scienza potrà anche modificare profondamente l’ambiente ma non potrà creare una nuova natura". Nel frattempo partecipa alle collettive: Linearte 77 di Napoli; Mostra Nazionale Arti Visive di Napoli; Menanto Venor Arte di Bari e Premio Pontano di Napoli.
Di nuovo presente nel mese di dicembre con una personale al Centro di Pozzuoli e ancora una volta Gino Grassi a sottolineare, rafforzando quanta aveva già avuto modo di sostenere, "che - Giuseppe Panariello - conduce da qualche anno un'acutissima indagine sulla razionalizzazione del Naturale", continuando poi nell'asserire che "Se e vero che l’analisi di Panariello ha anche risvolti concettuali e da riconoscere tuttavia che l'impegnato artista opera nell'ambito delle ricerche pittorico-plastiche. Queste sperimentazioni che Panariello ha portato finora avanti sul terreno della bidimensionalità, vengono oggi condotte dal giovane artista con manifestazioni creative in chiave polidimensionale all'evidente scopo di passare da un campo più apertamente teoretico ad una dimostrazione esemplificata delle idee-base della propria indagine.
...Comincia allora il processo di razionalizzazione. L'albero da soggetto diventa oggetto. Da elemento della natura al servizio della natura, diviene elemento razionalizzato al servizio di una semiologia nuova. E, nel Campo della simbologia e dell'identificazione plastica, la dimensione figurativa lascia il posto a quella astrattizzante e neo-costruttivistica, che si manifesta con uno sconfinamento nell'architettura degli interni o nella più ambiziosa architettura dei grandi spazi".
Su una visione costruttivistica della sua ricerca spostatasi ora nella dimensione della scultura, si muove anche la lettura di Ugo Piscopo che su "Paese Sera" cosi scrive: "Le ricerche costruttive e strutturali del giovane autore sembrano iscriversi entro ipotesi di operatività e di analisi fondamentalmente cartesiane. Panariello si studia di riportare su un preciso registro, squadrato secondo ascisse e coordinate, le forme che egli rileva dall'ambiente circostante, esimendosi da ogni giudizio, quasi per una specie di diffidenza verso ogni moralismo. Egli procede servendosi unicamente dell'occhio e degli strumenti che obbediscono docilmente all'occhio: la squadra, la riga, il compasso. Egli osserva, descrive e poi ricostruisce".
Maria Roccasalva, invece, nella recensione alla mostra sull'Unità, ponendo attenzione all'attuale ricerca "sulla scansione dei ritmi spaziali", segnala che "l’elemento portante della terra (massa stratificata, memoria, donna, madre), la struttura verticale dell'albero (forma, prassi, uomo, fallo) non solo segna e delimita lo spazio che viene organizzato e percepito attraverso la sua presenza, ma alla dialettica del pieno e del vuoto aggiunge quella di uomo¬donna".

 

1978

Dopo il 1977 Panariello abolisce la "palizzata" dalle sue opere. Questo elemento esterno, riferimento al Naturale, campo di indagine ancora vivo alla sua attenzione, si trasforma lasciando il posto ad una nuova sperimentazione: quella delle "linee" e dei "frottages" che egli porterà avanti per tutto il '78 ed il '79. E questo anche il periodo dell'assunzione cromatica nei suoi lavori che sicuramente ora guardano con maggiore interesse alla pittura di Dorazio, inducendo anche a possibili confronti con certe ricerche della Op Art Americana, come sosterrà Ercole Malasomma paragonando la sua produzione pittorica alle esperienze dell'americano Larry Poons o della pittrice inglese Bridget Riley.

 

1979

Pertanto il 1978 se segna il momento di passaggio ad una nuova fase delta sua esperienza pittorica, denso, quindi, di lavoro e di relazioni con l'esterno, registra anche un momento di stasi dell'attività espositiva dell'artista che solo con il 1979 grazie anche all'interessamento di Gino Grassi, apre un nuovo rapporto di lavoro con la Galleria Lo Spazio di Napoli, dove nel mese di giugno terrà una personale. Sempre nello stesso anno espone con un'altra personale allo Studio inquadrature 33 di Firenze e partecipa al Premio Lubiam di Mantova.
La personale di Firenze avrà notevole successo ed una vasta risonanza di stampa tanto che sull'Eco d'Arte moderna del maggio¬giugno '79 in risposta a quanto aveva sostenuto Grassi circa "l’ambito delle ricerche pittorico-plastiche dell'artista" si legge: - «E’ vero ma si può anche dire che quest’ ambito viene superato da Panariello tramite un'accurata analisi del fatto linguistico insito net suo operare stesso: egli predilige la Natura, ma non come semplice accumulo di materiali, ma come campo di indagine, di un'indagine razionale tesa a scoprire le modulazioni di un "discorso" attraverso la ripetizione di "parole", cioè di segni, che accostandosi e moltiplicandosi, escono dal campo del naturale per accamparsi dei territori del metalinguaggio». Un aspetto, dunque, questo del linguaggio di Panariello sul quale altri interventi si soffermeranno tanto che sul "Paese Sera" nella cronaca di Firenze in una nota di Gianni Pozzi si segnala che la narrazione di Panariello é un racconto giocato sulla parodia, sull'inganno, sull'artificio innaturale della natura protetta e ordinata. Napoletano, giovanissimo, introdotto in catalogo da una breve nota di Ciro Ruju, Panariello sembra davvero intessere un gioco costruttivo: sono alberelli - anzi, sagome di questi - staccionate o varie "sculturine". il tutto viene incollato sul fondo, moltiplicato per se stesso innumerevoli volte, fino a coprire grandi superfici perfettamente scandite. Allora, se l'occasione che suscita queste asettiche nature, o questi glaciali paesaggi, e' di intervento e di protesta socialmente impegnata (e in questo caso giusto il riferimento a Nespolo) il risultato ultimo travalica indubbiamente simili motivi per divenire ancora una volta lettura e interpretazione spaziale. Da segnalare sarà il modo con cui questa spazialità viene raggiunta partendo da pretesti opposti. Esempio da tenere presente».
Ancora su questa scia Salvatore Di Bartolomeo sul "Gazzettino di Napoli" annota che "Giuseppe Panariello ha superato la forma referente, il suo albero caratteristico e se ne va approfondendo i rimandi analitici restituendo allo sguardo le formule decodificate e libere dalla oggettualità. L'artista senza perdere nessuna delle componenti spaziali, coloristiche pittoriche trasmette una concettualità palpitante che riesce ad essere drasticamente rigorosa nel simbolo e nel rimando memoriale e contemporaneamente vibrante da palpiti poetici per cui il simplex formale acquista coerenza ambientale ed operativa".
Anche Tommaso Paloscia recensendo la mostra sulla "Nazione" si sofferma sul linguaggio dell'artista delineatore di una nuova spazialità affermando che Giuseppe Panariello «si muove con maggiore decisione nel tentativo di precisare il proprio linguaggio impegnato in una ricerca metodologica; una ricerca in cui l'albero (retaggio di una iniziale espressione pittorica) ha subito degradazioni significanti fino ad assumere valore di elemento di alfabeto nuova, anch'esso convenzionale in cui la ripetitività dell'immagine costituisce il modulo di lettura. Quell'albero, nella sempre più rigorosa identificazione del linguaggio, é diventato oggi una figura geometricamente delineata; e il colore, che ripartisce significati e distinzioni nel modulo medesimo, e diventato estremamente freddo avendo abbracciato una certa gamma di grigi, come a rendere affettivamente oltre che visivamente più grande il distacco dal reale e dal concreto e a precisare il desiderio di nuovi spazi che e al Centro della ricerca, preservandolo da interferenze pittoriche di comune accezione».
Appare chiaro a questo punto che la ricerca di Panariello partita da sperimentazioni legate ad un'esigenza di intima partecipazione all'ambiente naturale, quindi volta al "recupero ecologico" e come tale rappresentata nella sua più emblematica ed associativa realtà si sia man mano evoluta nel passaggio ad un discorso estremamente sottile che guarda ora al binomio forma¬colore non nella pura oggettività, bensì nella sua essenza di linea, di segno, di materia. Ede lo stesso artista ad ammetterlo nel catalogo corredante la personale alla Galleria Lo Spazio del mese di giugno quando sostiene «Praticamente il mio lavoro che consiste tutt’ora, pur tenendo presente delle costanti umane; fonti di ordine e di bellezza -- (la geometria), un metodo di unità: forma-colore. Forma come principio intellegibile universale in cui si determinano e si unificano gli elementi particolari empirici dei fenomeni. Colore, come impressioni, che la Luce variamente riflessa sulla superficie dei corpi produce sull'occhio. Le esperienze, riguardanti la serie dei "Frottage" 1968 -, la serie dei "Boschi" 1969 - dove tutto diviene geometria-colore, bozzetti eseguiti a pastello a cera dove le linee sono state ricavate dalla punta di un cacciavite; la serie "La Palizzata" 1968-70 eseguita principalmente a tempera e a china, mi hanno portato a rompere tutti i rapporti con il mondo delle cose dove la geometria e il colore trionfano sugli aspetti "oggettivi" della natura, dove la linea diviene forma primitiva, dove il segno, la materia, diviene rapporto di continuità» .
E quanto del resto nello stesso catalogo, spingendosi in una analisi diacronica dei lavori di Panariello, afferma Ercole Malasomma annotando che per certo l’interesse ecologico avrà influito sulla produzione pittorica di Giuseppe Panariello, ma bisogna tener presente che multi altri fattori risultano, determinanti, a nostro avviso per poter considerare obiettivamente tutta la sua opera: il profilo introspettivo, i reperti della memoria, i richiami e le presenze che ci riportano alle esperienze dello americano Larry Poons, un pittore considerato Op, oppure alla pittrice inglese Bridget Riley, promotrice delle ricerche ottiche, cinetiche e percettive, caposcuola della poetica Op Art, oppure all'astrattismo post-pittorico di Frank Stella.
Le tele di Giuseppe Panariello presentano con strisce colorate che si differenziano ora per lievi moti tonali ora per contrastanti colori tesi con fredda determinazione si che l’occhio viene a soffermarsi maggiormente sulle mutevoli successioni prospettiche tanto da recepire una dinamica azione epistemologica strutturata da una Felice induzione ottica». E un riconoscimento di crescita artistica e di serietà professionale evolutasi come scrive Ciro Ruju nella medesima occasione « in ricerca metodologica, tanto da superare i limiti del circostante naturale; esperienza pittorico oggettuale dei primi anni, dove la componente referenziale esplicita era il naturale, albero casa ecc. che veniva appunto riproposto in una sorta di gioco costruttivo per intenderci alla Nespolo, ma in maniera meno ludica di quest’ ultimo, dato che all'artista napoletano, sin da allora interessava e si evinceva dalle opere di quel periodo, la componente linguistica propria delle cose riprodotte.
Attraverso questa manipolazione oggettiva delle cose l’autore perviene ad una sintesi che supera il perimetro fisico referenziale dell'oggetto per un'appropriazione convinta della linea che ne delimita la forma in una strutturazione che é più mentale che di riferimento. Allora ecco che le opere tipo la "palizzata" la cui struttura immediata e' di rimando all'oggetto reale naturale, attraverso questo tipo di appropriazione linguistica, lo spazio fisico e mentale, quale campo visivo, suscettibile di ulteriori significati, e diventare occasione segnico-coloristico (le tonalità fredde ne aumentano il grado di distanza in una voluta razionalità strutturale) sempre in chiave di una lettura rigorosamente geometrica, per quella componente fantastica che individua nell'esistente il diverso esistenziale e quindi mentale».