Giuseppe Panariello - Gloria di un disteso mezzogiorno

scritti
Gloria del disteso mezzogiorno
Ed ad un tratto il ricordo

prima parte 1968/1986

vai a  >> seconda parte 1987/2007

 

Della mia infanzia non ricordo quasi niente, forse è un fatto voluto; però ricordo volentieri un accaduto, che mi ha raccontato sempre mia madre: quando frequentavo la scuola materna, affermavano che ero terribile, ma quando mi davano un album e una scatola di pastelli scomparivo dalla scena. Ancora oggi quando mi metto a lavorare mi sento estraniato dalla realtà circostante, non sento e non vedo niente, accendo lo stereo, metto un disco, di solito, di musica classica, e incomincio a “viaggiare”… Un’altra cosa che ricordo in maniera limpida è l’atto che vedevo mia madre sempre leggere, a volte piangere quando leggeva, io gli domandavo: mamma perché leggi e piangi? Lei mi rispondeva, semplicemente: “Peppì è troppo bello.”

Da qui è nata la mia passione per la lettura. I libri sono stati i miei veri compagni di scuola, di vita, della mia adolescenza; ancora oggi trovo in loro le risposte sincere, quelle vere e giuste, quella forza trainante, la speranza, la verità, la libertà… Spesso le mostre e tantissime opere che ho realizzato, hanno nei titoli, molti riferimenti letterali. Di solito, leggendo un libro, trovo una frase, oppure parole che appaiono fatte apposta per il titolo di un’opera o appunto per il titolo di una mostra personale.

Posso confermare da questo che la mia vicenda artistica è fortemente legata alla letteratura, come complemento di un' idea, a tal proposito ricordo una frase di Leonardo Sciascia: “Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende.” Non credo che si possa essere artista solo perché si è bravi a tracciare linee o mettere colori su superfici, credo, sinceramente, che fare l’artista è, e sarà sempre un mestiere molto serio. Da quando frequentavo l’Istituto d’Arte Palizzi, l’Accademia di Belle Arti, ho sempre voluto, “volli fortissimamente volli”, essere me stesso, in altre parole, originale, soprattutto nelle mie realizzazioni. Sin da principio ho sempre cercato un mio modo, personale, di esprimermi, lontano da “scuole”, è stata una mia esigenza non un comportamento arrogante. Riporto testualmente una mia risposta ad una intervista fattami da Maurizio Vitiello, “L’immagine e i suoi risvolti”, in Napoli 20, luglio/agosto 1984: D. La tua ultima produzione è stata molto apprezzata da critici e dal pubblico. Nella mostra “Spazio Classico”, ordinata e curata da M. Bignardi nella Galleria “ A come Arte”, hai presentato un notevole quadro in cui si leggono più riferimenti a vari codici linguistici. Pensi di essere un trasgressore o un impaginatore di immagini? R. I termini “trasgressore” o “Impaginatore” non li conosco. La mia produzione – non ultima produzione – esprime sempre la chiave e la libertà dello spirito. Non esiste una maniera, sempre la stessa, di dipingere o di essere un artista…ciò che non amo è la volgare ripetizione, utile solo alle esigenze commerciali, certamente non ad un artista serio.

In un mio scritto, dal titolo “Desiderio di Libertà”, scrivevo: Il torto è che non mi piace rimanere troppo a lungo in uno stesso posto. Preferisco le stanze di Dedalo, piene di difficoltà, alla striscia di terra della certezza e della sicurezza. Quello che conta per me è la libertà dello spirito. Libertà d'essere come la vita, come il mio “lavoro” è: IMPREVEDIBILE, DIVERSO, MUTEVOLE, MISTERIOSO; ma soprattutto libero di volere e potere essere come vuole. E’ nell’apparente diversità la ragione per cui l’arte è difficilmente riconoscibile. Il mio lavoro non è qualcosa che si giudica con gli occhi, dal colore, dalla superficie. Tutto ciò che trasferiamo materialmente non è altro che un trapasso di cose già nate. E’ lontano perché coincide con la cognizione dello spazio ed evoca il tempo passato. E’ vicino perché viola il contingente, tenta l’eterno e si fissa alla staticità dello spazio. La storia rende liberi i propri fantasmi e l’arte gli dona il desiderio di libertà (gennaio 1989).

La mia prima personale l’ho fatta quando frequentavo l’Accademia di Belle Arti. Avevo come maestro Brancaccio e come assistente Crescenzo Del Vecchio. Crescenzo non era un insegnante, era un amico, ci stava vicino e ci comprendeva, ci lasciava liberi, ma voleva che noi lavorassimo seriamente. Il maestro Brancaccio non lo vedavamo “mai”. Leggevo Franz Kafka, “Metamorfosi” e insieme agli amici dell’Accademia frequentavamo il negozio di Pino D’Urso, l’antagonista di Gino Ramaglia. Pino era un grande amico, eravamo giovani, avevamo bisogno di un “padre” diverso e Lui lo era. In quel tempo lavoravo a diversi progetti, di cui uno in particolare ispiratomi appunto dalla lettura Kafkiana; erano dei lavori grafici, fatti a penna a biro, con aggiunta di tempere Plaka. Pino volle presentarmi una persona, questi quando vide i lavori mi organizzò una personale presso la sede, nuova, dell’Editrice Edart, presidente l’Avvocato Schettini, al Vomero. Quando fui presentato all’Avv. Schettini c’era il critico d’Arte Paolo Perrone che osservò con attenzione le mie grafiche, chiese all’avvocato di voler conoscere l’artista e l’avvocato rispose: ma è qui, è questo giovane Paolo: pensavo che l’artista era molto più vecchio visto la tipologia delle opere. La mostra fu un successo, vendetti tutto, ebbi anche i complimenti dal maestro Del Vecchio. Il titolo della mostra, naturalmente tratto dalla lettura del libro “Metamorfosi” era: “La vicenda narrata”. In quel periodo dipingevo ad olio, ricordo che adoperavo materiali di buona qualità, pur non avendo molti soldi, che mi permettevano delle realizzazioni ottime. I soggetti delle mie opere non erano dissimili dalle grafiche. Dipingevo alla maniera surrealista, i miei preferiti erano Tanguy e Dalì, feci anche una personale. Terminai l’Accademia, rimasi a frequentare l’ambiente, come pure il negozio di cornici di Tonino Caiafa, appassionato di arte contemporanea. Erano gli anni d’inizio della “Parete” e molti artisti dell’Accademia vi facevano parte. Il maestro Del Vecchio mi organizzo una personale, era l’anno 1972, mese di maggio, conobbi Luca (Luigi Castellano) che a sua volta mi portò a Scafati, dal sig. Mordicchio (anche in questo caso furono due personali particolarmente interessanti, visto l’esito del pubblico e della critica). 1973, partii per il servizio militare (mai accettato). Ero giovane, pieno d’impegni, allontanandomi dal mio giro, dal mio lavoro quotidiano mi pareva insopportabile. Feci pressione presso conoscenti e amici per non partire (a vuoto). La mia prima destinazione fu Lecce, caserma Nacci, poi partii per la destinazione finale, Palermo. Era il mese di agosto, avevo una quantità di bagagli enorme, triste e amareggiato, mi misi in treno e partii per Palermo. In treno feci una conoscenza importante, Ninì, vezzeggiativo di Domenico, che possedeva un negozio di libri, a Palermo, in pieno centro (la fortuna si fece vedere). Passavo le giornate, le ore di libera uscita, nel negozio a leggere. Il mio pensiero però era nel mio studio, ai miei lavori, agli amici, alla mia città. Mi feci ricoverare all’ospedale, per avere qualche giorno di licenza, realizzai un bel lavoro per l’ufficiale medico, in compenso mi guadagnai un mese di licenza. Non tornai più a Palermo, il resto lo feci a Napoli. Quindi le mie ore di libera uscita li passavo nel mio studio a lavorare. Di questo periodo fanno parte “I miei lavori infantili” , “Impronte” e le “Palizzate”, per la verità il ciclo delle Palizzate l’avevo iniziato tempo addietro. Le “Impronte” fu un lavoro bellissimo: realizzai le opere solo con le dita, bombolette spray e mascherine di carburatori, di fattura espressionista, estreme e drammatiche, fortemente evidenziate da colori complementari; mentre “I lavori infantili” sono stati una specie di “pulizia” del cervello, un ritorno al disegno, ad un certo figurativo (lontano da canoni accademici). Ripresi fortemente a lavorare. Ogni venerdi, con qualche amico, oppure da solo, mi facevo il solito giro delle gallerie napoletane. Conobbi così il prof. Formisano, galleria San Carlo. Sono stato con la San Carlo per diverso tempo, realizzando tre personali e una serie lunghissima di collettive.

Nella prima personale, 1976, presentato in catalogo da Salvatore Di Bartolomeo e da Angelo Calabrese misi alle pareti la “palizzata” e gli “alberelli”. Un lavoro fortemente allegorico, ispirato dal malessere che sentivo e avvertivo nei confronti della società, oggi potrei giurare che la globalizzazione, per me, era gia arrivata. L’autore che svegliavo continuamente era Hermann Esse, capace di chiarirmi il momento del caos dell’inconscio che rappresentava per me la rottura e la sospensione dei valori di un passato non tanto remoto, ma soprattutto i valori culturali orientati verso un futuro effimero ed immaginario. Le “Palizzate” erano schermi per sottrarre la visione retrostante, gli “Alberelli” erano stampi, replicanti, abitanti di un mondo di superficie. Vendetti una “Vigna” ad una turista tedesca che passionalmente guardò la mostra, scelse l’opera perché gli ricordava, (appunto) la sua infanzia felice. Decisamente frenetico era il mio lavoro, nel senso positivo, ero una macchina “sfornavo” decine di opere alla settimana, non mi fermavo mai, nemmeno mi stancavo, ovvio. Vedevo nascere “paesaggi” inconsueti dietro quelle “Palizzate”. La superficie divenne più aperta, libera, non più ammanettata da elementi devianti. Nacquero le opere dal titolo emblematico: “Quando la nonna mi raccontava le favole”. L’impianto dell’opera non aveva perso la pulizia geometrica, anzi era una vibrazione straordinaria. Un lavoro maniacale, mi facevo io i colori, con gli inchiostri di china, poi riempivo dei pennini e con l’aiuto di righe lunghe, anche due metri, tracciavo le ”frasi”, le linee colorate - i “pigiami” simpatico termine che mi attribuì un disonesto visitatore. Fu una mostra bellissima, opere molto grandi, allo Spazio di Gerardo De Simone. 1979, tirava un vento rivoluzionario, molti “artisti” pensarono da furbi. La Transavanguardia bussava prepotentemente alle porte, tanti canbiarono pelle, rinunciando ai vestiti guadagnati con il sudore del lavoro di anni. Chiesi al mio amico Catuogno di farmi esporre nella sua galleria “Il Campo”, Cava dei Tirreni i Verbigiaroble. Un modo diverso di sfogarmi, di dire la mia. Gesti liberatori, violenti, tracce di energia su campi bianchi e neri: Un ampio mantello di VELENO, VERGOGNA e testimonianza visiva del nostro mondo VERSATILE rende palese la precarietà umana. A che serve il dibattito, la collazione, il dipingere, quando poi il provento è solo confrontabile al BIDONE? E’ passata la moda del Sommo BIBLICO, dove primeggiava la BIOGRAFIA di Adamo. Sicchè, nei “ VERBIGIAROBLE” impiego il tentativo conato del ritorno alla GIOIA: come presenza attiva dove l’impulso creativo si rende GITANO. Insospettate presenze, rendono visibile le infantili alchimie, per cui linee rette, e/o disegno si dileguano e lasciano vivere il GIRIGOGOLO Pascoliano a mo di scarabocchio. Conoscersi nel ROMANTICO è restituire energia, vigore agli istinti fantastici: libertà riconosciuta solo ai giovani ROMEI, dove l’atto del ROMPERE come rifiuto dell’andazzo all’usanza corrente è negazione e presenza attiva di chi acuisce il frangente al pedissequo. I VERBIGIAROBLE servono a testificare il gesto BIZZARRO di chi vuole BLANDIRE una eredità culturale a volte troppo spesso BIZANTINA. Verde, Bianco, Giallo, Rosso e Blu, Ver-bi-gia-ro-ble. Conobbi L. P. Finizio, che mi scrisse un breve saggio introduttivo al catalogo della seconda personale alla San Carlo, 1983. Opere grandi, impianto geometrico, colori accoppiati secondo regole precise, titoli espansivi: “Percorrenza e sviluppo intermedio”; “L’Incognita mira”; “Sviluppo intermedio”. Realizzai anche una cartella di opere grafiche eseguite tutte a mano; cinquanta cartelle, cinquecento lavori, E. Crispolti scrisse: una estrema raffinatezza degli strumenti, sia verso il segno, sia soprattutto verso il colore… Di raffinatezza estrema nei rapporti, quasi a voler fare del pur breve campo pittorico il luogo di una totalità lirica. Il progressivo evolversi della cultura artistica degli anni ‘80, ebbe, anche su di me, un inaspettato, sia pur leggero, cambiamento; il precedente assetto geometrico si sia trasformato in architetture greche. 1984, terza ed ultima personale alla San Carlo. “Il tempio dimenticato”; “Il tempio archetipo”; “Il tempio dell’ara”, opere che occuparono interamente le pareti della San Carlo. Quetzalcoatl era la cartella di serigrafie che portai per l’occasione, non ne ho conservata una, fortunatamente un esemplare si trova a casa di mia sorella Annamaria. Michele Buonuomo mi fece una bella recensione sulle pagine del Mattino: “…In questo dinamico rapporto tra forme e colori Panariello non si lascia andare ad una pratica gestuale o selvaggia della pittura”. L’articolo mi agevolò. In fondo non era un cambiamento di rotta, semplicemente “un capriccio commerciale”. Cosa strana le opere “piacevano” a tutti, le vendite più che bene. Vitagliano Corbi mi dedicò attenzione, scrisse un bellissimo saggio sui templi - collana “Strumenti” diretta da Massimo Bignardi – Lo stesso Bignardi fece un ottimo lavoro, mi curò, insieme ad Ada Patrizia Fiorillo una monografia: Panariello Works 1968 – 1986, fu presentata nella galleria ArteImage, più tardi alla mostra all’Istituto Francese Grenoble. Le ultime opere che realizzai, mantenendo inalterato l’impianto scenico e coloristico, furono le opere che portai alla Biennale del Sud: “L’inverno del nostro scontento”; “Riportare all’arco la freccia all’infinito”; e una grande scultura “La fontana di Salmacis”, esempio di titoli guadagnati dalla lettura. Prima di proseguire vorrei ricordare un altro titolo di una mia opera appartenente a questo ciclo: Nuvole nere attraverseranno il cielo color cobalto il grande vento degli dei spinge le vele e il grande drago brucia , tempera all’uovo su tela, dim. 180x200, tratto da “Il Milione” di Marco Polo.

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