Giuseppe Panariello - Artista - Scritti

il re della pioggia - perchè divulgare

Perché divulgare, volgarizzare, far capire agli altri, mettere il sigillo alla propria ricerca? Quando poi ti accorgi che spiegare un’opera può anche significare rifare l’opera stessa e quindi in un certo senso annullarne la sua creatività?
In una società super industriale dove ogni cosa vuole e pretende la sua etichetta, un suo nome per segnalare e/o distinguersi, non mi sembra giusto che anche l’artista debba, per essere, rifarsi alla stessa politica dei mass-media. Tant’è che non mi sono mai posto il problema di promuovere crociate per qualche sofismo d’arte, ma per contro ho sempre “pugnato” per il diritto di “creare” in libertà senza condizionamenti di sorta. Le parole, le frasi, l’arzigogolo non hanno mai costituito, nella mia ottica, i mezzi per formare una corrente o un’opera d’arte. Per contro, è l’energia, la potenza, il potere stesso che sprigiona dalla personalità, dalla forza dell’istinto di uomini che in qualche modo genera i presupposti di un movimento artistico.
La storia scritta dai vincitori ha edificato menzogne, nel mentre l’arte e i suoi ideali hanno attivato il confronto con la verità.
Come giovane sento il peso di questa eredità; ho lavorato sempre assiduamente sforzandomi di raggiungere senza presentazioni di sorta i margini della mia ricerca, ma convinto, e nello stesso tempo amareggiato di costituire soltanto un’entità sociale napoletana, di cui al più ci si può servire in cronaca. Tuttavia, qui non si vogliono rivendicare ruoli ed urlare vecchie lamentazioni, ma senz’altro giova ricordare che la già capitale D’Europea oggi vive la sua stagione all’insegna del precario e del provinciale, dove una Bovary è presenza quotidiana e non fantasma di uno spezzo di tempo.
Di qui mi rivolgo al pubblico, ai “biasimatori”, agli amici, ai fruitori possibili delle mie opere, non per offrire la mia ricerca, ma per scoprire, svelare alcune mie idee sul dipingere, pur sapendo di espormi a vari pericoli. Innanzitutto perché un vasto stuolo di persone considerano la pittura direttamente dipendente dalla letteratura e perciò le richiedono di esprimere non idee generali, che evidentemente convengono maggiormente ai suoi mezzi, ma idee specificatamente letterarie. Sono pienamente cosciente che la migliore dimostrazione che si possa fare delle proprie capacità, risulti dalle proprie tele. Tuttavia devo ammettere che tanti pittori hanno scritto pagine e pagine che sono state accolte in varie riviste.
Per quanto mi riguarda tenterò di esporre semplicemente quello che sento e che desidero come pittore senza preoccuparmi della forma letteraria. Ma un altro timore che provo immediatamente è quello di avere l’aria di contraddirmi. Io sento con estrema sicurezza il legame che unisce le mie tele più recenti a quelle che dipinsi molto tempo fa. Tuttavia nella mia costante ricerca geometrizzante, di un equilibrio e di uno svincolamento mentale cercavo di trovare un linguaggio più aperto, chiaro e quel che più conta profondamente sincero. Nelle mie opere attuali è possibile cogliere la coesistenza in cui il momento geometrizzante e contemplativo raggiungono un compromesso sensibile, le forme geometricamente bloccate, cedono a forme più libere.
Oggi per me la pittura non è altro che un atto, una confessione non di ordine individuale, ma vuole dare nuovo respiro all’uomo: l’arte non deve soltanto rendere bella la vita o nascondere il brutto, ma deve portare la vita stessa, creare la vita da se stessa.
Srive Thomas Mann: “In un’opera vi è molta apparenza e si potrebbe aggiungere che essa è illusione, in se stessa, come “opera”, mentre però si chiede se nello stesso stato attuale della nostra coscienza… essa stia ancora in qualche rapporto legittimo con l’assoluta incertezza, con la problematica e il disaccordo dei nostri ceti sociali, se tutta l’apparenza, anche più bella, anzi proprio la più bella non sia diventata oggi bugia”.
Animato dalla fede nel progresso, in una nuova generazione di giovani artisti, vorrei conquistarmi una libertà di azione e di vita, riproducendo l’impulso creativo, di fronte alle antiche forze cosi difficili da sradicare. Ogni opera non è altro che produrre una composizione di colori, e in essa non si manifesta più l’impressione della natura, ma l’espressione delle sensazioni.
La scienza scompare e il ridurre, nel senso della libertà, solo in favore di una nuova ricreazione.
Riporto da W. Kandinsky: “La nostra anima, che dopo il lungo periodo materialistico comincia solo ora a risvegliarsi, nasconde in sé germi della disperazione, dell’ateismo, della mancanza di meta e di scopo. Il peso delle vedute materialistiche, che hanno fatto della vita dell’universo un gioco senza scopo, non è ancora terminato. Lo spirito che si sta risvegliando sente ancora l’espressione di quest’incubo. Solo una debole luce brilla incerta, piccolissimo punto di un enorme cerchio buio”. In tredici anni di attività ora sento la speranza e la liberazione della mia ricerca, non più rigorosa impressione, non più derivazione tenera o intellettualistica dei fatti che ci circondano, ma una nuova volontà che induce l’uomo a comprendere. Il mio grande desiderio è limitare, gustare, alterare la forma dal vero, la mia aspirazione è che vengono fuori, se si vuole, anche le invenzioni, ma invenzioni che siano verità. Non dunque un’arte d’impressione ma d’espressione, un’arte che esprima la profonda sostanza.

napoli 1983 - giuseppe panariello

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