Per individuare l’anelito primo, l’impulso originario alla dimensione storica, Giuseppe Panariello graffia, nella poetica della sua ricerca, sui moti umani, stratificati e solidi, sulle testimonianze esteriorizzate e materializzate, sulle attività correlate dai canoni delle leggi e delle scienze. Investiga sulle strutture uomo-ambiente, sviluppi naturali, mezzi e fini di sfruttamento e si sorprende alla immediatezza di una intuizione: non esistono fratture tra il passato e il presente. La società attuale, nella quale tra mille miserie e ambiguità, si identifica la realtà dei consumi, si serve degli strumenti culturali per ristabilire una compagine (in)naturale logicamente strutturata come quella autonoma e concreta, dalla quale è evoluta.
Nell’antica organizzazione spaziale la contratta, possente energia ignorava gli uomini ed i loro strumenti razionali. Il tutto, concluso in sé, era segnato dai limiti di vaste individuazioni che, per i percorsi lenti ed ostacolati, erano segnalate in concetti singolari di distanza. Non erano discernibili i confini se non nell’ambiente umanizzato e nei segni palesi di cultura. Successivamente, la brama di possesso, tra pregiudizi, prevenzioni ed ansie, scatenò istinti irresponsabili e lo spazio-cultura parlò un linguaggio artefatto. Panariello fa l’esegesi di questa evoluzione con attenta analisi.
Per individuare il messaggio della civiltà in evoluzione, le relazioni attive delle forze operanti per la strutturazione del territorio, parte da uno spazio identificato solo in sé, nei suoi contorni, nel modellato geografico. Una linea esigua, un segno sottilissimo di azione, indica l’uso dello spazio recuperato. Più linee solidali, i segni discernibili delle forze unite per la strutturazione della territorialità secondo la politica dell’interesse. Altri interventi consentono di riconoscere le dimensioni dell’opera del gruppo e l’estensione della socializzazione alle esigenze pubbliche. Infine le istituzioni e le organizzazioni umane operano con i loro segnali di difesa, con la volontà di privacy, con le abitudini e gli orientamenti e si radicano come cultura sul passato biologico.
Scompaiono le montagne e le vaste distese, ostili al paesaggio umanizzato nella loro uniformità, rivendicata come territorio solo dalle forme animali e vegetali che, per adattamento naturale, vi si potevano ecologicamente insediare. Lo spazio si copre di case, di colture in successivi interventi che si concretizzano come sottrazioni razionalizzate della residua realtà autonoma, come successivo incremento prima della coltivazione, poi della urbanizzazione. Il dominio del cemento e dell’acciaio s’identifica con il lead time, con il preavviso, con il ritmo dei cronometri che regolano psicosi e transfert. Infatti, la misura dello spazio percorribile non è quella segnata dall’arco del giorno e dalle stagioni e sono reperti gli alberi e le foglie, la zolla e l’acqua.
Il pensiero ritorna commosso ai significati della primavera, dell’aria tersa, del camino, del senso della fides. La memoria ricorre al vento tra le ondose messi, all’erba, all’alma mater e si sgomenta alla rivelazione che da una compagine naturale si è passati ad una aggregazione artificiale, senza brividi interni, senza moti vitali, ma solo consumatrice di energie. Lo spazio naturale si è evoluto nella dinamica delle strutture-ambiente, nelle relazioni tra linguaggio complesso e materiali, attraverso una ininterrotta serie di attività correlate. Esse una volta autonomamente cresciute si prospettano con altra facies. Ma quest’ultima evoluzione è tanto intatta e solida, tanto agglomerata e conclusa, da contrapporsi razionalmente allo spazio naturale-primitivo.
Il drammatico della situazione è palese: la realtà concreta ha sottratto al passato la vitalità. Panariello la ricerca nelle materie che utilizza, nella precisione del lavoro, nella cura del segno, desideroso di restituirla al presente nel suo intatto valore che è il segno dell’umanità pensante. E ci prospetta in percezioni immediate le interazioni dei sistemi socio-culturali, l’anemica prospettiva di uno spazio segnalato da tante scompartite coesistenze che, nella loro brevità di percorso, si enucleano incomunicanti.

